Free Introductory MOOC – MSc in Digital Currency – University of Nicosia

di Tamara Belardi, Riccardo Fallacara

Cryptocurrency, Blockchain, Bitcoin: termini che fino a qualche tempo fa erano noti solo a pochi esperti e curiosi del web, con il passare del tempo sono diventati sempre più diffusi nel linguaggio comune; una diffusione di cui è complice (anche) la grande attenzione mediatica, che continua a dare risalto ad uno dei fenomeni socio-economici più importanti dell’ultimo trentennio.

E mentre qui in Italia si fatica non poco a fronteggiare le sfide imposte da tale innovazione, ci sono nazioni che sulla Blockchain Technology hanno basato dei veri e propri corsi di studio, riponendovi le loro speranze di cambiamento.

La Nazione capofila è Cipro, che il 12 maggio 2017 ha concluso, con l’esame finale, la settima edizione del MOOC on Digital Currencies organizzato dall’Università di Nicosia. Si tratta di un Massive Open Online Course, cioè di un corso aperto, online e su larga scala, che offre la possibilità di avere una preparazione accademica nel settore delle criptovalute digitali.

Segnatamente, attraverso un’iscrizione online sul sito dell’Università di Nicosia (iscrizione gratuita e priva di particolari formalità), si può prenotare il proprio “posto” per le lezioni di una delle due edizioni annuali del MOOC (attualmente ci si può iscrivere all’ottava edizione, che avrà inizio il 4 settembre 2017).

Il corso, tutto rigorosamente in lingua inglese, si articola in 12 moduli, ognuno dei quali volto all’approfondimento di un aspetto particolare delle criptovalute digitali e, più in generale, della Blockchain Technology. Per fare qualche esempio, si parte dalla storia della moneta per arrivare al rapporto tra le criptovalute e i principali Istituti finanziari, passando per gli aspetti più tecnici del funzionamento di tutto il sistema.

Contrariamente a quanto si possa pensare, non occorre una preparazione accademica specifica per poter seguire il corso predetto. Il materiale di studio fornito dagli insegnanti (tra i quali spicca il nome di Antonopoulos) è, infatti, abbastanza chiaro da permettere a chiunque di seguirlo. Ci si deve solo armare di tanta curiosità e di una moderata dose di buona volontà per superare quelle piccole difficoltà tecniche che normalmente si incontrano quando ci si immerge in un settore nuovo.

Ogni settimana vengono caricate sulla piattaforma online dell’Università di Nicosia le slide da studiare; dopo qualche giorno, uno degli insegnanti si collega in diretta, tramite il canale YouTube del MOOC, con tutti gli iscritti presenti nel mondo, cercando di risolvere eventuali dubbi su ciò che si è studiato.

Per permettere agli studenti di testare la propria preparazione, inoltre, insieme alle slide vengono forniti anche dei quiz a risposta multipla, il cui eventuale risultato negativo non ha, tuttavia, alcuna incidenza sulla buona riuscita dell’esame finale.

Quest’ultimo si compone di 50 domande a cui si deve rispondere nel tempo massimo di due ore e, a differenza dei quiz predetti, può essere tentato una sola volta. Coloro che superano l’esame, ottengono un certificato accademico rilasciato direttamente dall’Università di Nicosia (certificato che verrà successivamente inserito anche nella Blockchain).
Infine, terminato il MOOC, volendo proseguire negli studi, ci si può iscrivere al “Master of Science degree in Digital Currency”.

Cosa poter dire di più?
Da tutto questo non possiamo far altro che imparare ed impegnarci affinchè anche la nostra cara nazione possa, un giorno, apprezzare le infinite possibilità legate a questa nuova tecnologia. Sarebbe bello se si progettasse seriamente l’integrazione di tali innovazioni nel nostro “sistema”, un sistema che ormai ha detto tutto e che necessita davvero di una ventata di freschezza!!

LA SCELTA DEL WALLET

di Riccardo Fallacara

Curiosando in giro per le varie chat, per i vari siti e soprattutto su facebook, mi rendo conto che il mondo dei “bitcoiner” diventa sempre più ampio e frequentato.

Sempre più spesso mi ritrovo a leggere le domande dei neofiti della materia, che iniziano a mettere i primi passi in un sistema che si evolve di ora in ora.

E ancora più spesso mi ritrovo a fare i conti con la tipica domanda che ho posto anche io, qualche anno fa, a coloro che mi hanno fatto da guru: “Quale wallet mi consigli per conservare le mie coin o i miei btc?”

Ora, con un filino di esperienza dovuta a decine di prove, consigli e anche a tante decisioni sbagliate, mi sento quantomeno in dovere di scrivere queste poche righe per chiarire in qualche modo la questione wallet, sperando che possa essere d’aiuto a chi ha ancora dei dubbi. Innanzitutto per definire un wallet dobbiamo avere ben chiaro come realmente funzionano le chiavi associate al protocollo Bitcoin.

Per effettuare una qualsiasi transazione abbiamo bisogno di due chiavi. La prima, detta chiave pubblica, non è altro che una stringa alfanumerica che identifica il nostro wallet, quasi fosse un normalissimo IBAN bancario (e su questa mi aspetto il linciaggio…). La chiave pubblica, chiamata anche indirizzo, è quella che noi usiamo o per trasferire btc o per riceverli. Non è importante metterla al sicuro, in quanto è possibile crearne un numero indefinito.

La seconda chiave, altrimenti detta chiave privata, è invece il vero e proprio lucchetto della nostra transazione. Essa viene utilizzata per “firmare” la nostra transazione e dà al sistema la prova che noi abbiamo l’autorità per poter trasferire quel quantitativo di btc.

Esiste un semplice problema: se io per caso venissi in possesso della chiave privata di una qualsiasi persona, avrei tranquillamente modo di utilizzare i suoi btc, in quanto il sistema riconosce solo la chiave per autenticare la transazione e non l’identità della persona che materialmente effettua la transazione suddetta.

Vien da sé, quindi, che la cosa più importante da fare è custodire le chiavi private letteralmente “sotto ad un mattone”!

Fatta questa piccola intro, ora possiamo passare a valutare alcune categorie di wallet, cercando di considerarle a seconda della loro sicurezza (voglio precisare che queste categorie sono personali, ma possono essere considerate tranquillamente come delle linee guida iniziali):

  1. Completamente insicura. A questa categoria associo tutti i wallet che sono gestiti da siti web, gli exchange o tutti i siti dove dovete loggarvi per controllare il vostro saldo. L’insicurezza di queste applicazioni è dovuta al fatto che le chiavi private vengono custodite nei terminali di coloro che gestiscono i web wallet o gli exchange.
    Risulta chiaro che, non essendo proprietari delle chiavi private, se per sfortuna dovessimo trovare un amministratore privo di scrupoli o semplicemente un sito sotto attacco da parte di hacker, perderemmo automaticamente la titolarità e la spendibilità delle risorse versate su queste piattaforme.
    Ora, sicuramente tutti coloro che gestiscono wallet o exchange danno le loro rassicurazioni al riguardo, anche considerando gli alti standard di sicurezza ai quali dovrebbero attenersi per poter rendere credibile la struttura, ma comunque resta un metodo molto pericoloso per conservare a lungo termine i propri btc.
  2. Mediamente sicura. A questa categoria associo tutti i wallet che risiedono su un qualsiasi dispositivo, come il cellulare o il pc. Questo tipo di wallet permette di fare un backup della chiave privata associata al proprio profilo e quindi permette di avere un grado di sicurezza sicuramente maggiore dei precedenti web wallet.
    Anche in questo caso esistono delle criticità, sicuramente vincolate al valore futuro dei nostri btc. Bisogna considerare, infatti, che, se – secondo ipotesi – i nostri btc incrementeranno il proprio valore nel medio-lungo termine, ci saranno sempre più persone interessate a “rubare” wallet un po’ a caso. Il passo da questo concetto alla creazione di veri e propri virus informatici capaci di rimanere latenti nel nostro sistema, in attesa di poter “sniffare” le nostre password è breve. Chiaramente essere completamente pessimisti non aiuta, quindi, anche considerando queste criticità, personalmente lo considero un buon modo per conservare a breve termine piccole quantità di btc, che verranno usate o convertite a breve.
  3. Abbastanza sicura. A questa categoria appartengono gli hardware wallet, cioè dispositivi capaci di conservare le nostre chiavi private completamente offline. Questo è sicuramente il modo più sicuro per mantenere i nostri btc, visto e considerato che in questo modo, per poter essere vittima di furti, è necessario che il presunto ladro si appropri materialmente del nostro piccolo dispositivo.
    Lo stesso livello di sicurezza hanno anche i paper wallet, che praticamente ti permettono di stampare la chiave privata e la chiave pubblica su un vero e proprio pezzo di carta, mantenendo completamente offline i dati.

Chiaramente queste valutazioni vanno anche gestite in base alle priorità che si hanno ed in base anche all’utilizzo che si fa di btc.

Se si utilizza btc per microtransazioni da farsi nel brevissimo termine, sicuramente il modo migliore di provvedervi è quello di mantenerne una minima parte su un wallet in locale per evitare di perdere troppo tempo.

Se invece si utilizza btc come “salvadanaio”, con l’intenzione di mantenerlo a lungo termine, allora conviene utilizzare un hardware wallet o un paper wallet, in modo da essere sicuri che i rischi connessi ad eventuali furti dovuti a virus o attacchi in generale diventino molto ma molto bassi.

Per concludere, il consiglio è comunque quello di informarvi sempre in maniera approfondita e di valutare l’utilizzo che decidete di fare dei vostri btc. In questo modo potrete adottare le misure migliori per riuscire a conservarli in maniera ottimale, mantenendo i rischi bassi.

Bitcoin e il mistero della fiscalità

2 settembre 2016. Una data che a quanto pare ha segnato l’inizio di ardite discussioni nel mondo bitcoin e in particolare tra i fiscalisti.

Tutto nasce da un interpello posto in essere da una nascente startup e dalla conseguenziale risposta dell’Agenzia delle Entrate (AdE).

Nello specifico l’Agenzia delle Entrate ha annoverato bitcoin tra le valute estere. Ciò che sta facendo particolarmente discutere sono le successive affermazioni dell’Agenzia delle Entrate in relazione all’imponibilità (la possibilità di tassare) dei capital gain (i fondi detenuti) da parte dei privati e delle aziende.

In realtà, l’argomento è ostico da anni e la chiarezza è sempre stata a dir poco manchevole a riguardo. Con questa Risoluzione, però, sembrerebbe che l’AdE abbia voluto compiere un passo in avanti. Pur restando nel dubbio del se, in effetti, la Risoluzione si riferisse ai soli privati oppure a qualunque attività che non abbia fini speculativi, ho cercato di giungere ad una conclusione nel mio piccolo.

Annoverando bitcoin tra le valute estere, sembrerebbe razionale che venga seguita la medesima disciplina.

In ogni caso, per maggior chiarezza, la mia personalissima interpretazione è:

sia che si riferisca ai privati, sia che si riferisca alle aziende, detenere un importo pari o inferiore di 51645,69 euro per SOLI 7 giorni continuativi lavorativi fa venire meno i presupposti della “non speculatività” dell’attività sulla valuta.

In teoria, sarebbero tassabili le plusvalenze soltanto superato quest’importo e questi termini (temporali). Ma mi pare a dir poco evidente che sia raramente credibile non speculare su importi di quest’entità in un così poco tempo.

Qualora si tratti di un privato che decida di acquistare qualche bitcoin e di spenderlo e di riacquistarlo:

– i tempi sarebbero decisamente molto dilatati

– gli importi sarebbero di molto inferiori

– la vendita e l’acquisto sarebbero inevitabilmente occasionali, altrimenti sussisterebbe la nozione di speculatività

ed allora, soltanto in tal caso, sarebbe accettabile un’interpretazione sulla non imponibilità delle plusvalenze realizzate dal privato.

Qualora si tratti di un’azienda che decida di accettare bitcoin, il TUIR specifica più volte all’art.67 che tutto ciò che concorre alla realizzazione di un reddito è imponibile, sia pur essa una valuta estera. Questo per ciò che attiene alle persone fisiche. Relativamente alle aziende, invece, andrebbe considerato l’art.110 TUIR che contempla nella formazione del reddito d’impresa anche le valute estere. Le plusvalenze realizzate dalle aziende nell’accettazione di bitcoin sono soggette a dichiarazione ed imponibilità. La plusvalenza nel caso di specie andrà semplicemente calcolata sulla differenza data tra il valore al momento del realizzo e il valore a fine esercizio annuale (rapportato ovviamente all’effettivo importo detenuto).

 

DISCLAIMER Ci terrei a precisare che le diatribe sono tuttora in atto e abbastanza infervorate, considerando che la chiarezza è poca e la certezza minima, pregherei chiunque di non far pieno affidamento sull’interpretazione di cui sopra. Difatti, la pubblicazione di quest’articolo vuol’essere solo un contributo per addivenire ad una risposta unica e portare i nostri lettori al corrente delle attuali problematiche.

Chi troppo scamma, troppo inquina

Siamo davvero pronti ­alla rivoluzione oppu­re è soltanto la scet­tica illusione di ave­re qualcosa di inacce­ssibile? Quando il no­stro mondo di libertà­ diventa un covo di s­cammer è ancora possi­bile parlare di liber­tà?

Sì, magari, vediamo t­roppo spesso questa p­arola: “scam”. Truffa­. Semplice , in ogni ­modo, una truffa. Ma ­è pur vero che la lib­ertà diventa troppo s­pesso un’arma di spec­ulazione.

Quanti di voi avranno­ acquistato da qualcu­no, da noob (novellin­o), magari su ebay qu­alche mbtc (millbitco­in) e vi sarete magar­i ritrovati a pagare ­una cifra decisamente­ maggiorata rispetto ­all’attuale valore di­ bitcoin; quanti di v­oi avranno provato ad­ acquistare da qualch­e privato senza tropp­o badare ai feedback ­(positivi, negativi o­ nulli) e si sono rit­rovati a pagare e non­ ricevere quanto prom­esso; quanti di voi a­vranno venduto e sono­ stati oggetto di un ­man in the middle *

* ­man in the middle: ­tipico sniffing attua­to a danno del vendit­ore. Un soggetto terz­o e (probabilmente) s­conosciuto ad entramb­e le parti, si interp­one tra esse, interce­ttando i messaggi dei­ due. Una volta inter­cettati, farà in modo­ da sostituire la chi­ave pubblica dell’alt­ro con la propria, al­terando in questo mod­o i dati e truffando ­entrambe le parti. Il­ problema sarà che il­ compratore si sentir­à legittimato a sporg­ere denuncia nei conf­ronti del seller e le­ indagini di un inolt­ro del genere restano­ per ora decisamente ­cavillose e difficolt­ose.

Chi tra voi si ricono­sce in una di queste ­categorie, facilmente­ sentirà violata la p­ropria libertà e mina­ta la propria sicurez­za e tralasciamo la s­cissione fondamentale­ tra gli scam subiti ­o probabili e bitcoin­ (che resta una sempl­ice moneta ben lontan­a dall’insicurezza da­ta da certe carte pre­pagate, da certi arri­visti a caccia del so­ldo facile). Ma ciò d­i cui vogliamo occupa­rci in questo articol­o non è altro che que­llo a cui stiamo assi­stendo ormai da svari­ati giorni: i continu­i scam dove abbiamo u­no sprovveduto compra­tore di bitcoin e un ­benefattore di bitcoi­n. Il benefattore si ­propone per la vendit­a di bitcoin ad un pr­ezzo quasi stracciato­. “Un vero affare!Sol­o un folle venderebbe­ a questo prezzo!” Il­ compratore, vittima ­soprattutto dell’indi­fferenza e della supe­rficialità, dovrà sem­plicemente ricaricare­ una banalissima post­epay. Una volta effet­tuata la ricarica dov­rebbe ricevere bitcoi­n. In realtà, una vol­ta ricevuta la ricari­ca postepay seguita d­a documento e foto de­lla ricevuta di pagam­ento, il venditore fa­rà perdere le sue tra­cce, lasciando il pic­colo affarista a bocc­a asciutta. Direbbe l­a vittima “ma posso s­porgere denuncia!”. S­ì, potreste. Ma siete­ davvero sicuri che i­ dati di quella perso­na siano reali, che q­uella postepay ricari­cata non sia stata cl­onata? Vi pare che qu­alcuno sparirebbe nel­ nulla, dandovi i suo­i dati personali?

Quindi, tenendo a men­te che “fidarsi è ben­e, non fidarsi è megl­io”, abbiate cura di ­verificare che il vos­tro venditore abbia q­uantomeno dei feedbac­k positivi, abbiate c­ura di verificare il ­valore attuale di bit­coin prima di conside­rare un “vero affare!­” quell’ offerta e ce­rcate di ottenere qua­nta più trasparenza p­ossibile dal vostro v­enditore. Soprattutto­, cercate di contratt­are.

Ma prima di chiudere ­qui l’articolo, vogli­amo dare una dritta a­nche ai possessori di­ postepay… anzi agli ­ex possessori di post­epay. Sporgete denunc­ia! ai Carabinieri o alla­ Polizia Postale, fat­e una stampa dell’est­ratto conto e bloccat­e la carta, inoltrand­o la richiesta di rim­borso a Poste Italian­e mediante raccomanda­ta A/R all’indirizzo ­“Poste italiane SPA –­ Condirettore general­e revisione interna b­anco posta reclami, v­iale Europa, 175 – 00­144 Roma”.
Nella lettera di diff­ida spiegate l’accadu­to formulando anche u­na richiesta di rimbo­rso ed allegando come­ documentazione la de­nuncia, una copia del­la lista dei moviment­i evidenziando que­llo disconosciuto, un­a copia del documento­ della Postepay con c­odice di blocco.

Ai sensi del D.lgs. 1­1/2011 (decreto che rece­pisce in Italia la di­rettiva 2007/64/CE su­i servizi di pagament­o nel mercato interno­), è la società emitt­ente ossia la Posta a dover dimostr­are la frode o che l’­ammanco è dovuto ad u­na colpa del cliente. Se la risposta insistente fosse l’inseri­mento del Pin, sappiate che non basta c­ome prova sufficiente­ della regolarità del­la transazione. Infat­ti ai sensi dell’art.­ 25 comma 6, se il prestatore­ di servizi di pagame­nto ­non è responsabile ­della mancata o inesa­tta esecuzione di un’­operazione, è t­enuto, comunque, a rimborsare al­ pagatore l’importo
dell’operazione non ­eseguita o eseguita i­n modo inesatto.

Tale aspetto sarà da ­tenere in conto per l­a formulazione della ­richiesta di risarcim­ento.

Se le Poste con­tinueranno a negare il p­agamento, si potrà in ogni caso agire presso ­l’Arbitro bancario e ­finanziario o al­ Giudice di Pace comp­etente per territorio­ o al Tribunale ma solo se l’­ammanco è superiore a­i 5.000 euro.

Blockchain, only you!

Molte persone ormai provano un certo gusto a parlare di blockchain. Li vediamo sparsi ovunque ‘ urlare ‘ “blockchain, blockchain”, “ blockchain si è sviluppata in parallelo con bitcoin “. Eh? Confusione o interesse…. Mettiamo da parte le considerazioni personali e cerchiamo di fare chiarezza per i veri lungimiranti.

La blockchain è la struttura su cui si basa il protocollo Bitcoin.

Parliamo di un libro mastro, un registro, un elenco di transazioni, distribuito su tutti i nodi, capace di evitare la “doppia spesa” senza l’intervento di terzi.

Doppia spesa, do you know? Impossibilità di spendere due volte gli stessi soldi ossia gli stessi bitcoin. Torniamo a noi e cerchiamo di capire cos’ è una blockchain.

Le possibili applicazioni della blockchain non finiscono con il mondo dei sistemi di pagamento.

La blockchain può essere utilizzata per innumerevoli applicazioni e cercheremo di spiegarvelo attraverso una delle più affascinanti rivoluzioni future tecnologiche: gli “Smart Contracts” decentralizzati.

Cosa sono? Semplicemente quei protocolli informatici che automatizzano la negoziazione e l’esecuzione di un contratto. Non dei contratti, dunque, ma dei protocolli che verificano e rendono eseguibile un contratto (un accordo volontario tra due o più parti, per rendervela più facile) dove le parti affidano la fase pre contrattuale e post contrattuale ad un algoritmo. Quindi, una parte del contratto viene immessa nella blockchain e  diventa irrevocabile, sottraendosi al controllo delle parti e di terze parti, pur restando in assolutamente trasparente. Quindi, con la blockchain possiamo registrare un contratto, non stipularlo. Possiamo registrare uno smart contract dove per farlo smart, si avrà un protocollo che potrá verificare e far corrispondere termini o condizioni presenti all’interno del contratto o derivanti dall’esterno, grazie all’Internet of things.

Blockchain non è quindi un database deburocratizzante. Non ci mettiamo le scartoffie e finisce lì. Per quello basta un database appunto. Soprattutto non è parallelo a bitcoin o qualcosa che possa esistere senza bitcoin.

Blockchain è come una torta al cioccolato, bitcoin è il cioccolato. Puoi aggiungerci il latte lattosio, quello di riso, quello di soia. Metterci tutto quello che vuoi. Ma senza cioccolato, non sarà una torta al cioccolato. Semplice. Sarebbe esistito Robin Hood senza frecce? No. Blockchain non è scindibile da bitcoin. Perché? Chain of blocks. Catene di blocchi che supportano bitcoin con le sue peculiari caratteristiche. Avete mai visto un voi diverso da voi stessi? No. Bene. Bitcoin non può essere “modificato” esattamente come voi. Potreste esistere in un mondo diverso dalla terra (per i più spiritosi vi ricordiamo che per viaggiare nell’universo dovete essere più coperti di un sub col burqa)? No. Bene. La blockchain o meglio la chain of blocks implementata da Satoshi non è stata creata se non per bitcoin e soprattutto non è stata creata per sottostare ad una qualsiasi infingarda specie di centralizzazione.

Be your future, choose bitcoin, stay bitcoin.

Scammate le scamcoin…

Bitcoin è l’origine. Concludemmo così lo scorso articolo. Bitcoin è l’origine di ogni criptovaluta. Forse è un po’ azzardata come battuta, prima ce ne sono state altre – cdd protocryptocurrencies – …fallite. Ma essere primi come Bitcoin significa anche essere l’esempio. Da qui litecoin, lisk, ethereum, ethereum classic … così per citarne alcune tra le più gettonate dai trader. Tutte criptovalute che hanno un loro valore nel mercato…. certo non come bitcoin, ma hanno un potenziale da sfruttare. Essere l’esempio, però, troppo spesso significa anche vedere la propria immagine lesa tra le scamcoin.

Spieghiamoci meglio. Quando volete ottenere credibilità per ottenere un lavoro pur sapendo di non avere esperienza, di avere tutto da imparare, inserite nel vostro curriculum anche lavoretti dove la conoscenza di turno vi darà referenze. Ora ammettiamo che voi non abbiate nemmeno quella referenza, ma vi piaccia azzardare. Ecco le scamcoin. Una criptovaluta, se cosí vogliamo chiamarle… perchè alcune di esse nemmeno lo sono (e vi basterá controllare nei siti come poloniex (coincap.io) et similia per aver certezza della loro esistenza) faranno dell’immagine Bitcoin il loro punto di forza per ottenere credibilità.

Quando leggete BITCOIN là dove si parla di una nuova e convenientissima criptovaluta che vi permetterà di guadagnare soldoni perché BITCOIN è affidabile (stando molto spesso attenti a parlare in modo limpido di sé), state per cadere in una trappola da scamcoin.
I casi non sono pochi, non faremo i nomi, ma vi basterà contattarci per i vostri dubbi su una qualsiasi coin…e vi preghiamo di farlo prima di spenderci anche un solo euro.
Purtroppo ben capirete che il sopravvivere di queste monetuccie che continuano ad aggrapparsi a bitcoin pur di attirare a sé utenti con la disperazione del guadagno, non solo crea un danno a chi ci “investe” perché si ritroveranno quasi al 100% a non poter riscuotere i propri presunti guadagni e quindi nemmeno a poterli spendere nonché “complici” di un illecito sanzionato dalla l. 173/2005 che vieta i sistemi piramidali in cui l’incentivo primario è rappresentato dal mero reclutamento di nuovo soggetti con possibilità di trasferimento del diritto all’infinito senza limitazioni (vieta anche l’obbligo per gli utenti di aderire dovendo per forza acquistare un loro servizio per ottenere quello per cui invece siete attirati … e fidatevi quella speranza che vi hanno generato è destinata ad una breve vita), ma soprattutto crea danno a BITCOIN.
Bitcoin ha creato la sua immagine grazie alla principale caratteristica di antifragilitá, ad un protocollo che seppur non perfetto garantisce sicurezza, immediatezza, irreversibilità alla valuta. Bitcoin – intesa come valuta, aspetto che stiamo considerando in quest’articolo – ha generato fiducia nei commercianti, negli sviluppatori: piattaforme di vendita e acquisto, di servizi, startup di sviluppo di nuovi prodotti, negozi…oltre 400…che accettano bitcoin come mezzo di pagamento.

Nel momento in cui l’immagine di bitcoin viene sfruttata per dare affidabilità ad una criptovaluta inesistente, truffaldina e arrivista, è chiaro che quando crollerà (perché le scamcoin sono destinate a crollare, ve lo ripeto), ne uscirà leso anche il bitcoin che passerà per le menti comuni come un “ecco vedi? Ti avevo detto di non fidarti.” Non vi siete fidati di bitcoin, ma di chi ha usato bitcoin per i propri interessi.
Bitcoin nella sua piena trasparenza, vi garantisce concretezza, non estorce e non vi obbliga a “restare” se volete riscuotere i vostri guadagni.

Paymeabit, il mi piace che ti paga

L’era social sta cambiando, il fenomeno monetario sta cambiando. Mettete insieme la vostra voglia di scrivere e la voglia di avere dei like in moneta : ecco che nasce paymeabit. Bitcoin sta davvero proseguendo in corsa, abbattendo frontiere e conquistando la fiducia di tantissimi utenti. Ma credere o non credere a bitcoin con paymeabit è solo una scelta. Basteranno 10 euro per avere una montagna di bits (sottounità di bitcoin …. Come se parlassimo di centesimi di euro) e poter tippare i post che più vi piacciono,proprio come su facebook, ma se il vostro post è davvero interessante più che centinaia di like, guadagnerete bits!

Per chi ancora non sa, è inesperto, ma vorrebbe provare bitcoin in qualche modo, paymeabit è una buona decisione.  

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Ma non è l’unica ragione per cui andrebbe sperimentata questa nuova piattaforma. Luigi Angotzi, growth hacker di paymeabit.com, spiega perché:

 

“L’analisi che abbiamo fatto ha dimostrato che i contenuti online possono essere suddivisi in due categorie principali: notizie e informazioni di carattere generale, che sono abbondanti su Internet, gratuitamente, e per i quali gli utenti non sono disposti a pagare.

Tuttavia, vi è una seconda categoria di contenuti: approfondimenti, analisi, risposte a particolari esigenze che gli utenti sono disposti a pagare purché gli importi siano ragionevolmente bassi.

Paymeabit vuole consentire agli utenti di offrire tali contenuti attraverso una piattaforma semplice, dove – oltre alla opzione “acquisto” – potrebbe anche essere presente una piccola punta che offre la possibilità di inviare suggerimenti e lasciando commenti nello stesso modo, abbiamo avuto modo di vedere come i trasferimenti di valore diventano facile e generano un flusso di micropagamenti tra gli utenti che sono i consumatori e creatori di contenuti “.

 

Ma perché scegliere proprio Paymeabit e non altre piattaforma come steem?

“Paymeabit è una piattaforma che rispecchia la filosofia di base del Bitcoin, cioè: disintermediazione e decentralizzazione.
Ogni autore di un post (free o premium) verrà remunerato direttamente da chi visualizza il contenuto.
Tutto questo avviene senza intermediari, a differenza di Steemit in cui un organismo centrale decide quanto pagare i content creator.
La nostra soluzione è migliore perché consente di remunerare direttamente l’utente senza vincoli di nessun genere.
Questa possibilità rappresenta una forma di libertà che non si era mai vista prima e garantisce alle grandi firme del giornalismo di poter scrivere un articolo senza l’obbligo di dover rispettare una linea editoriale.
I loro articoli saranno pagati dagli utenti che gli riconosco una buona dose di libertà e quindi di verità ed autorevolezza.
Questo discorso vale per tutti i content creator, se trovano il target giusto di utenti questi li sosterranno con i loro tip ed acquisti.

Inoltre Paymeabit fa uso esclusivamente di bitcoin!
Attualmente è la criptovaluta più diffusa e con il valore più elevato.”

 

Ma perché credere proprio in bitcoin?

Bitcoin è l’origine, la cripto valuta con maggiore stabilità, più affidabilità, ciò che permette alle altre cripto valute di nascere. Ha il valore più alto, è la più sviluppata ed è la valuta su cui si fondano le piattaforme più serie. Ecco perché paymeabit sará la vostra nuova realtà social.

 

Bitcoin, moneta o valuta?

 

Moneta, valuta, mezzo di scambio. Quando qualcosa esiste, ma non è definibile, molto spesso finisce per accorpare in sé una molteplicità di caratteristiche che non trovano soluzione in una banale definizione.

Bitcoin è quel seducente tutto e niente.

È una moneta? Moneta è un’entità, concreta o astratta, a cui vengono riconosciute funzioni di strumento di pagamento, di unità di conto, di riserva di valore. Priva di valore intrinseco, viene definita legale o a corso legale quando il riconoscimento della sua funzione di mezzo di pagamento è garantito dalla legge. Con il termine moneta si designa anche l’insieme delle monete coniate e delle banconote emesse, vale a dire di tutto ciò che in un sistema è per legge atto a soddisfare obbligazioni di pagamento.

Ora analizzando questi primi punti, possiamo dire che bitcoin è un’entità astratta che funge da strumento di pagamento, unità di conto e riserva di valore.

Non è riconosciuta come moneta a corso legale, ma la sua funzione di pagamento e il “tutto ciò che è atto a soddisfare obbligazioni di pagamento” è garantito dalla legge:

“Le parti possono liberamente determinare il contenuto del contratto nei limiti imposti dalla legge… “ art.1322 c.c.

Allora bitcon è una moneta!

 

Ma è anche una valuta?

La valuta, dice Treccani, è il “valore economico di un oggetto ragguagliato in denaro”. Bitcoin è ragguagliato ormai in ogni moneta a corso legale. Quanto vale un bitcoin? 600euro, 660 dollari …. E se pensiamo che c’è stata una sentenza poco tempo fa che assimilava bitcoin alle valute estere…. Forse tutti i torti non li abbiamo.

 

E il mezzo di scambio?

Ritorniamo sull’autonomia negoziale. Da quand’ è nata l’economia col baratto fino alla moneta elettronica, cosa può NON definirsi mezzo di scambio.

 

Ma il nodo centrale è come si può parlare di un qualcosa per giunta attribuendogli valore in senso economico se ancora non viene definito neppure come bene? Eppure esiste. Cos’è un bene? Quella cosa che possa essere oggetto di diritto, soddisfi le necessità dell’uomo. Si tratta di utilità. Bitcoin soddisfa le necessità dell’uomo su molteplici punti: sicurezza, immediatezza, mezzo di scambio sempre più esteso che darebbe speranza all’ utopica speranza di Scaruffi di creare una moneta mondiale. È una cosa? Cose sono anche le opere di ingegno. Bitcoin è un’opera di ingegno? È la creazione (migliore) di un sistema tecnologico che ha insita la caratteristica di innovazione e comunque sia è sì un’opera creativa che ricerca il nuovo. Bitcoin è una cosa. Bitcoin è un bene. Bitcoin è un bene più bene di tutti i beni. Un bene è qualcosa di limitato. L’euro è limitato? No. Eppure ha pieno riconoscimento e corso legale nel nostro ordinamento. Bitcoin è limitato? Sì. 21 milioni. Solo 21 milioni. Non uno di più. Non un cambiamento di idee. Eppure bitcoin è un bene? “le faremo sapere”.

 

Ma può aspettarsi la risposta da una legge, quando la legge siamo noi? Abbiamo la libertà di decidere se accettare o no un pezzo di pane in cambio di un abito, abbiamo la libertà di accettare un bitcoin al posto di 600 euro. Abbiamo la libertà di volerne di più e quel bitcoin potrebbe diventare 660 euro. Abbiamo diritto alla sicurezza e alla libertà. Abbiamo il potere di dare valore a qualcosa acquistandolo o non acquistandolo più. Ecco che bitcoin è semplicemente un mezzo di scambio, bitcoin è la libertà di decidere, è l’autonomia negoziale. Definire bitcoin quando anche un pezzo di legno ha un valore economico, è un bene ed è un mezzo di scambio, è futile. Bitcoin esiste. È nelle menti, è negli hardware. Circola, cresce, decresce. E come ogni moneta, più di ogni moneta, è intoccabile per mantenere un equilibrio nel mercato (parola di Eba).
Allora bitcoin cos’è? Bitcoin è semplicemente più.

Quando la colpa non è nostra…

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A due anni di distanza, è ancora molto attuale il dibattito sulla credibilità del bitcoin a seguito del fallimento della MtGox, la più semplicemente conosciuta banca dei bitcoin.

A quanto pare, lo stesso Giappone facendo ancora leva su questa mancanza di fiducia da parte degli operatori del mercato, ha lanciato una nuova moneta totalmente ispirata al bitcoin: la mufg coin. Ma di questo ne parleremo nel prossimo articolo.

Il primo punto da cui partire è proprio ciò che ha permesso il fallimento dell’allora più amata piattaforma di exchange: la speculazione.
Speculare in economia è un gioco. Un gioco non facile, ma prudente un po come giocare col fuoco. Puoi farlo, ma se sbagli ti bruci. In termini economici, questa speculazione avviene molto semplicemente attraverso un moltiplicatore creato dalla riserva frazionaria. Non vi spaventate, ora capiremo meglio.

Quando depositate un certo numero di bitcoin su un exchange, questo deposito viene registrato sulla blockchain, il libro mastro. Deposito registrato.
Quando effettuerete le vostre transazioni grazie all’exchange, quelle transazioni non saranno registrate sulla blockchain, ma SOLO sulla piattaforma (exchange). Allora capirete che se depositate 100 bitcoin e ne spendete 50 non avrete tolto 50 bitcoin dalla blockchain, ma dall’exchange e saranno così in circolo 150 bitcoin non gestiti da voi, bensì dall’exchange. Questo si chiama moltiplicatore. Ora il settore blockchain – bitcoin sappiamo che è deregolamentato per cui non si può imporre all’exchange una riserva frazionaria del 2% come per le banche, ma gli exchange useranno questa riserva frazionaria a loro piacimento e per ipotesi, potrebbe essere anche al 50%. Di che parliamo quando parliamo di riserva frazionaria? In senso spicciolo possiamo dire che altro non è che l’importo che l’exchange decide di tenere sulla piattaforma nel caso in cui i suoi utenti richiedano di prelevare. Spieghiamoci. Quando depositiamo 100, viene registrato sulla blockchain. Quando preleviamo viene registrato sulla blockchain e l’exchange fa sempre da intermediario. Ora, una volta avvenuto il deposito, l’exchange studierà i suoi utenti e sa che MAI dovrà adempiere a prelievi di tutti i suoi utenti in contemporanea. Ecco come nasce e cosè la riserva frazionaria.

Con la MtGox, Mark Karpeles che controllava la piattaforma contro ogni logica Satoshi, abusò della riserva frazionaria al punto da non permettere più nemmeno i prelievi in tempi di vacche magre. Spostando un capitale di 1000000 bitcoin sul suo conto e trovandone casualmente 200000 in un portfolio, risulta difficile credere che la colpa sia del bitcoin e non della persona.

Si dirà che il bitcoin ha permesso questo passaggio tanto che ancora non è certa l’accusa di appropriazione indebita, che fino ad estate 2015 Kerpeles era indagato, ma c’era anche l’ipotesi che ci fosse stato un hacker a derubare la piattaforma. Ma se fosse tutta colpa del bitcoin, le menti che si ingegnano sugli spostamenti di cifre su propri conti, non dovrebbero aver mai attaccato le comuni banche. Il bitcoin è in realtà molto più sicuro rispetto ad altre monete perché finché si muove su un sistema peer to peer, è interesse degli stessi utenti (tra cui hacker) che la moneta continui ad esistere proprio per non sottostare alla manipolazione statale e bancaria, quando invece l’hacker o il Ceo di qualsiasi exchange decida di aggredire la piattaforma, il problema è la poca sicurezza della piattaforma, la poca trasparenza della piattaforma e soprattutto il controllo dell’exchanger (nel caso di specie Karpeles). Sicchè si può dire che la mancanza di fiducia non dovrebbe essere nel bitcoin, ma nell’exchange. Non è inaffidabile la moneta, ma là dove avviene il deposito della moneta, esattamente come succede per le banche.

Quindi, se proprio vogliamo recriminare una colpa, di certo possiamo dire che la colpa è tutta dell’ignoranza degli utenti che si sono affidati alla MtGox in tempi in cui già si sapeva che il prezzo era gonfiato oltre il 10% rispetto al reale e della mancata prudenza o troppa furbizia del Ceo della MtGox.