Transazioni, tokenizzazione e riflessioni sulla blockchain: quali rischi ?

Riceviamo e pubblichiamo questa interessante riflessione sui limiti, rischi e possibilità di sviluppo della blockchain.

Di Salvatore Iaconesi

 

Questo articolo sulla Blockchain recentemente uscito su Motherboard ha sollevato una serie di conversazioni molto interessanti. A parte il titolo, che non mi sembra molto adatto al contenuto, ho necessariamente accorciato alcune risposte che erano più estese, forse rendendole meno chiare.

Tutte le osservazioni derivano dall’esperienza e dallo studio, in una organizzazione come la mia (HER, Human Ecosystems Relazioni) che si occupa di dati e di connessioni complesse tra scienze, tecnologie ed arte/design. Quindi, per mestiere, ho a che fare ogni giorno con i discorsi delle criptovalute e delle blockchain, discutendo con una grande varietà di soggetti, da quelli ipertecnici, agli imprenditori e investitori, ai policymaker, fino a “insospettabili”, come persone “ordinarie” che, magari, devono capire cosa fa un’opera d’arte che usa la blockchain, o chi si occupa di cultura, o di musei, o di quartieri della città e, volente, nolente o inconsapevolmente, deve avere a che fare con queste tecnologie e pratiche. Quindi: una gran varietà.

Ho il massimo rispetto per la blockchain: ad oggi è forse la tecnologia che, con tutti i suoi limiti e problemi, è in grado di portare innovazione radicale tra quelle che abbiamo a disposizione, adesso.

La mia critica non è, infatti, tecnica, ma psicologica.

Si muove sul piano della percezione e della comprensione della realtà.

In questo dominio, quello della psicologia, dei processi psichici che si attivano nelle persone e nelle loro relazioni quando interpretano il mondo per capire come orientarcisi e come agire in esso, tecnologie come la Blockchain sono un disastro completo.

Perché:

1) sono un agente potentissimo verso la “transazionalizzazione della vita”, ovvero del fatto che, progressivamente, tutti gli elementi della nostra vita si stanno trasformando in transazioni; il che coincide col dire che vengono “finanziarizzati”; tutto, incluse le nostre relazioni, le nostre emozioni, viene progressivamente transazionalizzato/finanziarizzato, e la BC è l’apice di questa tendenza. Questo è già e sarà ancor di più in futuro un problema enorme per l’informalità, la possibilità di trasgressione, la normazione e normalizzazione del conflitto e, quindi, in prospettiva, per le nostre libertà e i nostri diritti fondamentali, e (visto che parliamo di psicologia) per la nostra possibilità di percepirli

e

2) spostano l’attenzione sull’algoritmo, sul sistema, sul framework, invece di mantenere la necessità di dover stabilire delle relazioni di co-responsabilità tra esseri umani; quando il sistema include la “fiducia” in maniera procedurale, tecnica, la necessità di fiducia (e, quindi, della responsabilità di attribuire fiducia), svanisce progressivamente. Quindi, di concerto, svanisce contemporaneamente anche la società, costruita in maniera attiva dalle persone che decidono se e quando fidarsi l’un l’altro, e del concordare collettivamente le modalità di questa attribuzione. Rimane solo il consumo di prodotti e servizi. Sicuri, trasparenti e tutte le cose belle che vuoi. Ma la società finisce. E così la cittadinanza: si diventa cittadini del nulla, della rete, di noi stessi.

Questi non sono problemi “tecnici”, ma “psicologici” e “percettivi”. E quindi, per quanto riguarda ciò di cui mi occupo, ancor più gravi.

La tecnologia non è neutrale.

Sì, io posso usare un martello per piantare un chiodo o per dartelo in testa. Ma è anche vero che appena ho un martello in mano, tutto inizia a sembrarmi un possibile chiodo.

Lo stesso vale per la Blockchain. Appena inizio ad usarla, tutto mi sembra una transazione, un qualcosa di “tokenizzabile”. E questo è un disastro.

Ecco qui di seguito le domande/risposte originali, anche ampliate a seguito delle conversazioni di questi giorni.

1) In che modo la ledger pubblica offerta dalla blockchain può rivelarsi una minaccia per i dati degli utenti?

In realtà il problema così è inquadrato male. Il “pericolo” dipende ovviamente sempre e solo dalla malizia degli intenti di chi sviluppa le applicazioni e di chi le usa, dal fatto che spesso, purtroppo, le applicazioni sono pensate male e realizzate con poca attenzione e qualità, e dalle leggi che, come oggi, non sono ancora pronte ad affrontare gli impatti psicologici, sociali, politici ed economici portati dalle nuove tecnologie.
La blockchain, e molte delle tecnologie derivate, tecnicamente, sono ottime dal punto di vista tecnico: una vera e propria rivoluzione del modo di pensare alla rete.
Il problema è un altro, di tipo psicologico, filosofico e, in prospettiva, politico. Soggetti tra loro diversissimi stanno pensando agli utilizzi più disparati di questa tecnologia, con presupposti ed effetti molto differenti tra loro (dall’anarchia fino a Wall Street o ai governi). Inoltre sempre più spesso il ledger è applicato a dei sistemi di identità digitale che non sono anonimi, come per i bitcoin, ma immediatamente riconducibili alla persona.
Ne derivano dei sistemi di cittadinanza o di accesso ai servizi che sono, da un lato, completamente aperti, nel senso del “tutti sanno tutto” e, dall’altro lato, completamente “trustless”, letteralmente “senza fiducia”, ovvero in cui la “fiducia” è riposta nella rete peer-to-peer, nell’automatismo dell’algoritmo.
Ora, questi due elementi, combinati, hanno un impatto devastante.
Innanzitutto psicologico, a livello della nostra cognizione riguardo diritti, privacy, tutele, che iniziano a cambiare radicalmente. La mia ipotesi, in questo, è che questo cambiamento, configurato in questo modo, non sia a vantaggio delle persone, ma dei grandi operatori e dei grandi poteri. L’opposto che ci si aspetterebbe, insomma.
Dall’altro lato è un problema politico. Immaginiamo un servizio al cittadino. “Ieri” andavo, per esempio, al mio municipio a richiederlo, e la mia fiducia era riposta nella istituzione presso cui mi recavo. Se qualcosa andava storto, o se sentivo di aver subito un sopruso, o se un mio diritto doveva essere difeso in un tribunale, c’era una certezza: riguardo l’attribuzione della responsabilità, riguardo il territorio su cui valeva il mio diritto a difendermi, riguardo i soggetti coinvolti.
Quando il servizio si sposta sulla blockchain, nonostante la trasparenza dello smart contract che espone i soggetti coinvolti e le condizioni del servizio, si apre una voragine per quel che riguarda i soggetti responsabili, certificatori, su cui ripongo fiducia. In un certo senso l’istituzione “scompare”, rimpiazzata da un algoritmo, che sta chissà dove, diffuso, nella rete peer-to-peer.
È un po’ come i call center: non servono veramente al cliente, servono a far sì che gli operatori abbiano meno rotture di scatole possibile, infilando i clienti in una “procedura” (che è un sinonomo di algoritmo) e evitando che questi possano ottenere risposte reali, al di fuori di queste.
Sono tutti processi che separano le persone dalle istituzioni, le organizzazioni, le aziende, attraverso un algoritmo.
Se questo è già grave per i servizi commerciali, diventa gravissimo per le istituzioni pubbliche e per i servizi di cittadinanza: tendenzialmente si diventa letteralmente “cittadini del nulla”, della Rete, ovvero di nessun luogo.

2) Lo Iota token terrà traccia di ogni attività — che diventa transazione — eseguita con gli oggetti della IoT (incluse anche le comunicazioni machine-to-machine): quali possono essere le conseguenze dirette per gli utenti?

e

3) Quali sono i rischi di una vita ridotta a sole transazioni?

Tecnicamente lo Iota token è una cosa comodissima per erogare, fruire e monitorare servizi, da parte di tutti i coinvolti: clienti, aziende, istituzioni, tasse, eccetera.
Dal punto di vista filosofico e psicologico, corrisponde all’ennesimo, potentissimo, tassello di un processo che sta già avvenendo su larga scala: la transazionalizzazione della vita.
Tutto sta diventando una transazione: le nostre relazioni, i nostri modi di acquisire e trasferire conoscenza, la comunicazione, i sentimenti (si pensi ai social network), tutto.
Appena passano da un servizio, per di più digitale, si transazionalizzano.
Appena stabiliremo relazioni transazionalizzate anche tutti gli oggetti che abbiamo intorno, questo fenomeno diventerà veramente pervasivo. E riempirà progressivamente il nostro campo percettivo: inizierà ad essere veramente difficile pensare a qualcosa, a qualche nostra forma di espressione, che non corrisponda ad una transazione economica.
Ci saranno enormi problemi per l’informalità, la trasgressione e, di conseguenza, per le libertà di espressione e per quelli che oggi consideriamo i nostri diritti fondamentali, di base. Tante di queste cose, semplicemente, scompariranno, perché perderemo la capacità di concepirli, visto che inizieremo a pensare che sia “normale” che ogni nostra manifestazione vitale corrisponda ad una transazione economica. Che sia un acquisto, un affetto, o un gene del nostro corpo non farà differenza.
È la transazionalizzazione della vita, la finanziarizzazione completa della vita.
Oltretutto, visto che si parla di finanziarizzazione, si creeranno inevitabilmente anche le vite di serie A e di serie B: chi potrà effettivamente permettersi l’onere finanziario di avere diritti, libertà, trasgressioni e informalità, e chi non se lo potrà permettere. E cose di questo genere.

4) Con l’introduzione ad esempio del browser Brave è stato proposto un token per l’attenzione degli utenti, in modo da remunerare i siti. La transazionalizzazione invade quindi anche la nostra attività dell’intelletto?

Questo è un esempio perfetto.
E progressivamente varrà per tutto.
Mi viene in mente Evgeny Morozov quando, parlando proprio di questi argomenti, di come i “dati” sono tutti “dati finanziari”, diceva “Well, if all data is credit data, then all life — captured by digital sensors in the world around us — beats to the rhythms of debt.” [https://cryptome.org/2014/08/morozov-how-much-your-data.htm]

5) La blockchain potrebbe permettere un controllo più diretto sulle spese dei cittadini: vista la mancanza di fungibilità di alcune cryptovalute, dobbiamo aspettarci in futuro una discriminazione di alcuni token rispetto ad altri sulla base della loro provenienza? Quali effetti avrebbe?

È molto presto per dirlo. Pensiamoci in uno scenario come quello in cui nell’Italia del 14esimo e 15esimo secolo in cui circolava ogni mezzo finanziario immaginabile. Lettere di credito, foglietti con timbri di ceralacca con scritte le cose, emissari che dichiaravano debiti e crediti: di tutto! Era l’origine delle banche come le conosciamo adesso.
Tutto si basava sulla fiducia, sul fatto che ci sarebbe stato sempre qualcuno, ad esempio, per convertire un credito in oro, o in un altro credito con eguale affidabilità, o cose del genere.
Alcune pratiche sono scomparse. Alcuni soggetti sono scomparsi. Alcuni soggetti e pratiche sono vivi e vegeti ancora oggi, e non è detto che questa longevità sia collegata al fatto che questi soggetti e pratiche fossero effettivamente degni di fiducia. Anzi, sembrerebbe vero il contrario, in certi casi.
Ora, con questi mezzi finanziari, ci troviamo in una situazione simile, di estremo caos. La differenza è che questo caos è molto più veloce, rapido, fulmineo. Soprattutto i governi e le istituzioni dovrebbero stare molto attenti nel abboccare all’hype, all’entusiasmo, e pensare ai cittadini piuttosto che ai titoli di giornale, “il Governo X è il primo ad usare la Blockchain”.
Ci sono investimenti in questo senso che sono del tutto ingiustificati. Si pensa al colore delle tendine mentre la casa sta prendendo fuoco.

6) Ho la sensazione di rivivere l’evoluzione del world wide web: da idea di spazio libero e rivoluzionario prevista alla nascita, si arriva ad una rete internet odierna chiusa in silos verticali che rappresentano le grandi aziende tech, completamente sottoposta al tracciamento dei suoi utenti. Credete che la blockchain rischi di subire un’evoluzione simile?

La Blockchain ha GIÀ preso questa strada.
Quando colossi come Citibank si interessano di blockchain ne puoi essere certo.

 

Iscrizioni avviate per lo short master “Criptovalute & Bitcoin”

Dopo lunga attesa, siamo felici di comunicarvi che sono finalmente aperte le iscrizioni allo short master “Criptovalute & Bitcoin”.

Organizzato dall’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, con il supporto della Bitcoin Foundation Puglia, questo evento formativo universitario rappresenta un unicum nel panorama accademico Italiano.

Le attività del corso sono state rivisitate e aggiornate, al fine di adeguarne i contenuti agli eventi degli ultimi mesi. Inoltre, la quota di iscrizione è stata ridotta, in modo da consentire la partecipazione alle attività del master al più ampio pubblico possibile.

Le domande possono essere prestante a partire dal 19 Luglio e sino al 29 Settembre, esclusivamente per via telematica. Lo short master è a numero chiuso e seguirà la formula week end, con lezioni flessibili da concordare in relazione alle esigenze dei corsisti.

Gli interessati sono pertanto invitati a visionare la relativa pagina web presso il portale dell’Università degli Studi di Bari.

Free Introductory MOOC – MSc in Digital Currency – University of Nicosia

di Tamara Belardi, Riccardo Fallacara

Cryptocurrency, Blockchain, Bitcoin: termini che fino a qualche tempo fa erano noti solo a pochi esperti e curiosi del web, con il passare del tempo sono diventati sempre più diffusi nel linguaggio comune; una diffusione di cui è complice (anche) la grande attenzione mediatica, che continua a dare risalto ad uno dei fenomeni socio-economici più importanti dell’ultimo trentennio.

E mentre qui in Italia si fatica non poco a fronteggiare le sfide imposte da tale innovazione, ci sono nazioni che sulla Blockchain Technology hanno basato dei veri e propri corsi di studio, riponendovi le loro speranze di cambiamento.

La Nazione capofila è Cipro, che il 12 maggio 2017 ha concluso, con l’esame finale, la settima edizione del MOOC on Digital Currencies organizzato dall’Università di Nicosia. Si tratta di un Massive Open Online Course, cioè di un corso aperto, online e su larga scala, che offre la possibilità di avere una preparazione accademica nel settore delle criptovalute digitali.

Segnatamente, attraverso un’iscrizione online sul sito dell’Università di Nicosia (iscrizione gratuita e priva di particolari formalità), si può prenotare il proprio “posto” per le lezioni di una delle due edizioni annuali del MOOC (attualmente ci si può iscrivere all’ottava edizione, che avrà inizio il 4 settembre 2017).

Il corso, tutto rigorosamente in lingua inglese, si articola in 12 moduli, ognuno dei quali volto all’approfondimento di un aspetto particolare delle criptovalute digitali e, più in generale, della Blockchain Technology. Per fare qualche esempio, si parte dalla storia della moneta per arrivare al rapporto tra le criptovalute e i principali Istituti finanziari, passando per gli aspetti più tecnici del funzionamento di tutto il sistema.

Contrariamente a quanto si possa pensare, non occorre una preparazione accademica specifica per poter seguire il corso predetto. Il materiale di studio fornito dagli insegnanti (tra i quali spicca il nome di Antonopoulos) è, infatti, abbastanza chiaro da permettere a chiunque di seguirlo. Ci si deve solo armare di tanta curiosità e di una moderata dose di buona volontà per superare quelle piccole difficoltà tecniche che normalmente si incontrano quando ci si immerge in un settore nuovo.

Ogni settimana vengono caricate sulla piattaforma online dell’Università di Nicosia le slide da studiare; dopo qualche giorno, uno degli insegnanti si collega in diretta, tramite il canale YouTube del MOOC, con tutti gli iscritti presenti nel mondo, cercando di risolvere eventuali dubbi su ciò che si è studiato.

Per permettere agli studenti di testare la propria preparazione, inoltre, insieme alle slide vengono forniti anche dei quiz a risposta multipla, il cui eventuale risultato negativo non ha, tuttavia, alcuna incidenza sulla buona riuscita dell’esame finale.

Quest’ultimo si compone di 50 domande a cui si deve rispondere nel tempo massimo di due ore e, a differenza dei quiz predetti, può essere tentato una sola volta. Coloro che superano l’esame, ottengono un certificato accademico rilasciato direttamente dall’Università di Nicosia (certificato che verrà successivamente inserito anche nella Blockchain).
Infine, terminato il MOOC, volendo proseguire negli studi, ci si può iscrivere al “Master of Science degree in Digital Currency”.

Cosa poter dire di più?
Da tutto questo non possiamo far altro che imparare ed impegnarci affinchè anche la nostra cara nazione possa, un giorno, apprezzare le infinite possibilità legate a questa nuova tecnologia. Sarebbe bello se si progettasse seriamente l’integrazione di tali innovazioni nel nostro “sistema”, un sistema che ormai ha detto tutto e che necessita davvero di una ventata di freschezza!!

LA SCELTA DEL WALLET

di Riccardo Fallacara

Curiosando in giro per le varie chat, per i vari siti e soprattutto su facebook, mi rendo conto che il mondo dei “bitcoiner” diventa sempre più ampio e frequentato.

Sempre più spesso mi ritrovo a leggere le domande dei neofiti della materia, che iniziano a mettere i primi passi in un sistema che si evolve di ora in ora.

E ancora più spesso mi ritrovo a fare i conti con la tipica domanda che ho posto anche io, qualche anno fa, a coloro che mi hanno fatto da guru: “Quale wallet mi consigli per conservare le mie coin o i miei btc?”

Ora, con un filino di esperienza dovuta a decine di prove, consigli e anche a tante decisioni sbagliate, mi sento quantomeno in dovere di scrivere queste poche righe per chiarire in qualche modo la questione wallet, sperando che possa essere d’aiuto a chi ha ancora dei dubbi. Innanzitutto per definire un wallet dobbiamo avere ben chiaro come realmente funzionano le chiavi associate al protocollo Bitcoin.

Per effettuare una qualsiasi transazione abbiamo bisogno di due chiavi. La prima, detta chiave pubblica, non è altro che una stringa alfanumerica che identifica il nostro wallet, quasi fosse un normalissimo IBAN bancario (e su questa mi aspetto il linciaggio…). La chiave pubblica, chiamata anche indirizzo, è quella che noi usiamo o per trasferire btc o per riceverli. Non è importante metterla al sicuro, in quanto è possibile crearne un numero indefinito.

La seconda chiave, altrimenti detta chiave privata, è invece il vero e proprio lucchetto della nostra transazione. Essa viene utilizzata per “firmare” la nostra transazione e dà al sistema la prova che noi abbiamo l’autorità per poter trasferire quel quantitativo di btc.

Esiste un semplice problema: se io per caso venissi in possesso della chiave privata di una qualsiasi persona, avrei tranquillamente modo di utilizzare i suoi btc, in quanto il sistema riconosce solo la chiave per autenticare la transazione e non l’identità della persona che materialmente effettua la transazione suddetta.

Vien da sé, quindi, che la cosa più importante da fare è custodire le chiavi private letteralmente “sotto ad un mattone”!

Fatta questa piccola intro, ora possiamo passare a valutare alcune categorie di wallet, cercando di considerarle a seconda della loro sicurezza (voglio precisare che queste categorie sono personali, ma possono essere considerate tranquillamente come delle linee guida iniziali):

  1. Completamente insicura. A questa categoria associo tutti i wallet che sono gestiti da siti web, gli exchange o tutti i siti dove dovete loggarvi per controllare il vostro saldo. L’insicurezza di queste applicazioni è dovuta al fatto che le chiavi private vengono custodite nei terminali di coloro che gestiscono i web wallet o gli exchange.
    Risulta chiaro che, non essendo proprietari delle chiavi private, se per sfortuna dovessimo trovare un amministratore privo di scrupoli o semplicemente un sito sotto attacco da parte di hacker, perderemmo automaticamente la titolarità e la spendibilità delle risorse versate su queste piattaforme.
    Ora, sicuramente tutti coloro che gestiscono wallet o exchange danno le loro rassicurazioni al riguardo, anche considerando gli alti standard di sicurezza ai quali dovrebbero attenersi per poter rendere credibile la struttura, ma comunque resta un metodo molto pericoloso per conservare a lungo termine i propri btc.
  2. Mediamente sicura. A questa categoria associo tutti i wallet che risiedono su un qualsiasi dispositivo, come il cellulare o il pc. Questo tipo di wallet permette di fare un backup della chiave privata associata al proprio profilo e quindi permette di avere un grado di sicurezza sicuramente maggiore dei precedenti web wallet.
    Anche in questo caso esistono delle criticità, sicuramente vincolate al valore futuro dei nostri btc. Bisogna considerare, infatti, che, se – secondo ipotesi – i nostri btc incrementeranno il proprio valore nel medio-lungo termine, ci saranno sempre più persone interessate a “rubare” wallet un po’ a caso. Il passo da questo concetto alla creazione di veri e propri virus informatici capaci di rimanere latenti nel nostro sistema, in attesa di poter “sniffare” le nostre password è breve. Chiaramente essere completamente pessimisti non aiuta, quindi, anche considerando queste criticità, personalmente lo considero un buon modo per conservare a breve termine piccole quantità di btc, che verranno usate o convertite a breve.
  3. Abbastanza sicura. A questa categoria appartengono gli hardware wallet, cioè dispositivi capaci di conservare le nostre chiavi private completamente offline. Questo è sicuramente il modo più sicuro per mantenere i nostri btc, visto e considerato che in questo modo, per poter essere vittima di furti, è necessario che il presunto ladro si appropri materialmente del nostro piccolo dispositivo.
    Lo stesso livello di sicurezza hanno anche i paper wallet, che praticamente ti permettono di stampare la chiave privata e la chiave pubblica su un vero e proprio pezzo di carta, mantenendo completamente offline i dati.

Chiaramente queste valutazioni vanno anche gestite in base alle priorità che si hanno ed in base anche all’utilizzo che si fa di btc.

Se si utilizza btc per microtransazioni da farsi nel brevissimo termine, sicuramente il modo migliore di provvedervi è quello di mantenerne una minima parte su un wallet in locale per evitare di perdere troppo tempo.

Se invece si utilizza btc come “salvadanaio”, con l’intenzione di mantenerlo a lungo termine, allora conviene utilizzare un hardware wallet o un paper wallet, in modo da essere sicuri che i rischi connessi ad eventuali furti dovuti a virus o attacchi in generale diventino molto ma molto bassi.

Per concludere, il consiglio è comunque quello di informarvi sempre in maniera approfondita e di valutare l’utilizzo che decidete di fare dei vostri btc. In questo modo potrete adottare le misure migliori per riuscire a conservarli in maniera ottimale, mantenendo i rischi bassi.

LECTIO MAGISTRALIS. BITCOIN: INQUADRAMENTO FISCALE ED E-COMMERCE

Si svolgerà il prossimo 5 Giugno, dalle ore 11.30 in poi, nella sala Consiliare dell’Ordine degli Avvocati di Bari, 6° Piano, Tribunale Civile di Bari, Piazza Enrico De Nicola n.1, una lectio magistralis che toccherà gli aspetti pratici e fiscali del bitcoin, il suo concreto ed attuale utilizzo quale strumento di pagamento ideale per l’e-commerce e tratterà anche i complessi ed innovativi aspetti sottesi agli smart contracts.

Dopo i saluti dell’Avv. Giuseppe Basciani(Il commentario del Merito – associazione forense attiva nella diffusione ed analisi delle novità in campo giuridico) seguirà una breve introduzione da parte del Presidente della Bitcoin Foundation Puglia, Avv. Giuseppe Grisorio.

La lectio magistralis sarà tenuta dal Dott. Stefano Capaccioli, Dottore Commercialista e Revisore Legale in Arezzo, Presidente di Assob.it(Associazione di categoria che si occupa di promozione e difesa delle imprese impegnate nelle criptovalute), Cultore della materia in Informatica Giuridica presso l’Università Statale di Milano, autore dell’unica monografia giuridica sui bitcoin( Criptovalute e bitcoin: un’analisi giuridica, Giuffrè, 2015), collaboratore di BitcoinMagazine e CoinTelegraph, fondatore di Coinlex ed ideatore della prima società italiana con conferimento di bitcoin.

Le conclusioni ed il successivo dibattito saranno moderati dall’Avv. Romina Centrone, (Vice Pres. Bitcoin Foundation Puglia e Presidente A.G.AVV).

Con il Patrocinio dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, dell’Ordine Avvocati Bari , dell’Associazione Giovani Avvocati “Giuseppe Napoli” ed il supporto organizzativo del Commentario del Merito questo evento rappresenta un unicum nel panorama pugliese e meridionale, essendo la prima volta che un esperto di chiara fama partecipa un evento in Sud Italia.

L’evento è pubblico e gratuito, ad accesso libero, e sono riconosciuti n.2 crediti formativi dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bari.

Criptovalute per professionisti: al via un ciclo di incontri

CRIPTOVALUTE PER PROFESSIONISTI: A BARI UN CICLO DI CONVEGNI ESPLORATIVI DEGLI ASPETTI CIVILI,PENALI E FISCALI DEDICATO PRINCIPALMENTE AD AVVOCATI E COMMERCIALISTI NELLE DATE 31 MARZO, 07 APRILE, 05 GIUGNO 2017

Bitcoin Foundation Puglia in collaborazione con Il Commentario del Merito presentano “criptovalute per professionisti”, ciclo di convegni conoscitivi ed esplorativi in materia di criptovalute. Il trittico di convegni dal taglio innovativo tanto dal punto di vista legale quanto pratico-fiscale, ha ottenuto il Patrocinio dell’Università degli Studi di Bari A. Moro e del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bari.
I vari aspetti civili, penali e fiscali dell’innovativa materia saranno trattati in tre giornate distinte grazie all’intervento di professionisti esperti del settore, Docenti universitari nonché dalla lectio magistralis del Magnifico Rettore Antonio Felice Uricchio, tributarista.

Il ciclo “criptovalute per professionisti” ha quale finalità quella di informare ed aggiornare i professionisti, con particolare riguardo per la categoria degli avvocati, circa l’inquadramento civilistico, penalistico e fiscale dell’utilizzo della criptovaluta anche in considerazione dell’incremento a livello internazionale di nuove imprese con capitale sociale in criptovaluta  ovvero di realtà imprenditoriali nuove o anche già avviate e consolidate che decidono di aprirsi alla nuova valuta digitale decentralizzata, accettando il pagamento dei propri servizi in bitcoin.

Proprio per questo il ciclo di convegni sarà calendarizzato nelle seguenti modalità e tratterà i seguenti argomenti:

31 Marzo 2017 ore 15.30, Giurisprudenza, UNIBA, Aula Contento (Sala Lauree) INQUADRAMENTO CIVILISTICO,

Saluti: Avv. Antonio Giorgino (Commissario Straordinario Ord. Avv. Bari), intervengono: Avv. Giuseppe Grisorio – Presidente Bitcoin Foundation Puglia (il bitcoin: cosa è. Le attività di cambiavalute tradizionali e virtuali), Prof. Giuseppe Pirlo – Referente UNIBA per Agenda Digitale e Smart City (Proof-of-Work e Blockchain), Prof. Francesco Moliterni – Prof. Ass. in Diritto dell’economia Uniba (Bitcoin come moneta di pagamento. il sistema di circolazione: confronto con  la rimessa di denaro), Avv. Romina Centrone – Vicepresidente Bitcoin Foundation Puglia (La criptovaluta per l’ordinamento italiano) – Avv. Augusto Sebastio – Prof. in International Negotiation Euromediterranean University (Portorose- Slovenia) (Pagamenti elettronici e normativa antiriciclaggio. Inquadramento nazionale ed europeo).

07 Aprile 2017 ore 11.30, Tribunale Civile Bari, VI Piano, Sala Consiglio Ord. Avv. INQUADRAMENTO PENALISTICO,

Saluti: Avv. Antonio Giorgino (Commissario Straordinario Ord. Avv. Bari), intervengono: Prof. Avv. Giuseppe Losappio – Prof. Ass. Diritto Penale, coordinatore dello Short Master in Money Laundering &Tax Law (Uniba) (Il problema del locus commissi delicti e del giudice competente: possibili soluzioni), Avv. Giuseppe Grisorio – Presidente Bitcoin Foundation Puglia (Riciclaggio di denaro, furto di bitcoin, criptolocker), Dott. Paolo Dal Checco (Skype) – Consulente Informatico Forense (Cenni di forensica digitale), Avv. Romina Centrone – Vicepresidente Bitcoin Foundation Puglia (Case study: sistemi di baratto amministrativo tramite colored coins)

05 Giugno 2017 ore 11.30, Tribunale Civile Bari, VI Piano, Sala Consiglio Ord. Avv. LECTIO MAGISTRALIS INQUADRAMENTO FISCALE alla luce della più recente normativa e giurisprudenza

a cura del Prof. Avv. Antonio Felice Uricchio, Magnifico Rettore Università degli Studi di Bari e del Dott. Stefano Capaccioli  Dottore Commercialista – Revisore Contabile in Arezzo, autore della monografia: “Criptovalute e bitcoin, un’analisi giuridica”, Giuffrè Editore.

Ingresso libero e gratuito.

 

 

Bitcoin e il mistero della fiscalità

2 settembre 2016. Una data che a quanto pare ha segnato l’inizio di ardite discussioni nel mondo bitcoin e in particolare tra i fiscalisti.

Tutto nasce da un interpello posto in essere da una nascente startup e dalla conseguenziale risposta dell’Agenzia delle Entrate (AdE).

Nello specifico l’Agenzia delle Entrate ha annoverato bitcoin tra le valute estere. Ciò che sta facendo particolarmente discutere sono le successive affermazioni dell’Agenzia delle Entrate in relazione all’imponibilità (la possibilità di tassare) dei capital gain (i fondi detenuti) da parte dei privati e delle aziende.

In realtà, l’argomento è ostico da anni e la chiarezza è sempre stata a dir poco manchevole a riguardo. Con questa Risoluzione, però, sembrerebbe che l’AdE abbia voluto compiere un passo in avanti. Pur restando nel dubbio del se, in effetti, la Risoluzione si riferisse ai soli privati oppure a qualunque attività che non abbia fini speculativi, ho cercato di giungere ad una conclusione nel mio piccolo.

Annoverando bitcoin tra le valute estere, sembrerebbe razionale che venga seguita la medesima disciplina.

In ogni caso, per maggior chiarezza, la mia personalissima interpretazione è:

sia che si riferisca ai privati, sia che si riferisca alle aziende, detenere un importo pari o inferiore di 51645,69 euro per SOLI 7 giorni continuativi lavorativi fa venire meno i presupposti della “non speculatività” dell’attività sulla valuta.

In teoria, sarebbero tassabili le plusvalenze soltanto superato quest’importo e questi termini (temporali). Ma mi pare a dir poco evidente che sia raramente credibile non speculare su importi di quest’entità in un così poco tempo.

Qualora si tratti di un privato che decida di acquistare qualche bitcoin e di spenderlo e di riacquistarlo:

– i tempi sarebbero decisamente molto dilatati

– gli importi sarebbero di molto inferiori

– la vendita e l’acquisto sarebbero inevitabilmente occasionali, altrimenti sussisterebbe la nozione di speculatività

ed allora, soltanto in tal caso, sarebbe accettabile un’interpretazione sulla non imponibilità delle plusvalenze realizzate dal privato.

Qualora si tratti di un’azienda che decida di accettare bitcoin, il TUIR specifica più volte all’art.67 che tutto ciò che concorre alla realizzazione di un reddito è imponibile, sia pur essa una valuta estera. Questo per ciò che attiene alle persone fisiche. Relativamente alle aziende, invece, andrebbe considerato l’art.110 TUIR che contempla nella formazione del reddito d’impresa anche le valute estere. Le plusvalenze realizzate dalle aziende nell’accettazione di bitcoin sono soggette a dichiarazione ed imponibilità. La plusvalenza nel caso di specie andrà semplicemente calcolata sulla differenza data tra il valore al momento del realizzo e il valore a fine esercizio annuale (rapportato ovviamente all’effettivo importo detenuto).

 

DISCLAIMER Ci terrei a precisare che le diatribe sono tuttora in atto e abbastanza infervorate, considerando che la chiarezza è poca e la certezza minima, pregherei chiunque di non far pieno affidamento sull’interpretazione di cui sopra. Difatti, la pubblicazione di quest’articolo vuol’essere solo un contributo per addivenire ad una risposta unica e portare i nostri lettori al corrente delle attuali problematiche.

Chi troppo scamma, troppo inquina

Siamo davvero pronti ­alla rivoluzione oppu­re è soltanto la scet­tica illusione di ave­re qualcosa di inacce­ssibile? Quando il no­stro mondo di libertà­ diventa un covo di s­cammer è ancora possi­bile parlare di liber­tà?

Sì, magari, vediamo t­roppo spesso questa p­arola: “scam”. Truffa­. Semplice , in ogni ­modo, una truffa. Ma ­è pur vero che la lib­ertà diventa troppo s­pesso un’arma di spec­ulazione.

Quanti di voi avranno­ acquistato da qualcu­no, da noob (novellin­o), magari su ebay qu­alche mbtc (millbitco­in) e vi sarete magar­i ritrovati a pagare ­una cifra decisamente­ maggiorata rispetto ­all’attuale valore di­ bitcoin; quanti di v­oi avranno provato ad­ acquistare da qualch­e privato senza tropp­o badare ai feedback ­(positivi, negativi o­ nulli) e si sono rit­rovati a pagare e non­ ricevere quanto prom­esso; quanti di voi a­vranno venduto e sono­ stati oggetto di un ­man in the middle *

* ­man in the middle: ­tipico sniffing attua­to a danno del vendit­ore. Un soggetto terz­o e (probabilmente) s­conosciuto ad entramb­e le parti, si interp­one tra esse, interce­ttando i messaggi dei­ due. Una volta inter­cettati, farà in modo­ da sostituire la chi­ave pubblica dell’alt­ro con la propria, al­terando in questo mod­o i dati e truffando ­entrambe le parti. Il­ problema sarà che il­ compratore si sentir­à legittimato a sporg­ere denuncia nei conf­ronti del seller e le­ indagini di un inolt­ro del genere restano­ per ora decisamente ­cavillose e difficolt­ose.

Chi tra voi si ricono­sce in una di queste ­categorie, facilmente­ sentirà violata la p­ropria libertà e mina­ta la propria sicurez­za e tralasciamo la s­cissione fondamentale­ tra gli scam subiti ­o probabili e bitcoin­ (che resta una sempl­ice moneta ben lontan­a dall’insicurezza da­ta da certe carte pre­pagate, da certi arri­visti a caccia del so­ldo facile). Ma ciò d­i cui vogliamo occupa­rci in questo articol­o non è altro che que­llo a cui stiamo assi­stendo ormai da svari­ati giorni: i continu­i scam dove abbiamo u­no sprovveduto compra­tore di bitcoin e un ­benefattore di bitcoi­n. Il benefattore si ­propone per la vendit­a di bitcoin ad un pr­ezzo quasi stracciato­. “Un vero affare!Sol­o un folle venderebbe­ a questo prezzo!” Il­ compratore, vittima ­soprattutto dell’indi­fferenza e della supe­rficialità, dovrà sem­plicemente ricaricare­ una banalissima post­epay. Una volta effet­tuata la ricarica dov­rebbe ricevere bitcoi­n. In realtà, una vol­ta ricevuta la ricari­ca postepay seguita d­a documento e foto de­lla ricevuta di pagam­ento, il venditore fa­rà perdere le sue tra­cce, lasciando il pic­colo affarista a bocc­a asciutta. Direbbe l­a vittima “ma posso s­porgere denuncia!”. S­ì, potreste. Ma siete­ davvero sicuri che i­ dati di quella perso­na siano reali, che q­uella postepay ricari­cata non sia stata cl­onata? Vi pare che qu­alcuno sparirebbe nel­ nulla, dandovi i suo­i dati personali?

Quindi, tenendo a men­te che “fidarsi è ben­e, non fidarsi è megl­io”, abbiate cura di ­verificare che il vos­tro venditore abbia q­uantomeno dei feedbac­k positivi, abbiate c­ura di verificare il ­valore attuale di bit­coin prima di conside­rare un “vero affare!­” quell’ offerta e ce­rcate di ottenere qua­nta più trasparenza p­ossibile dal vostro v­enditore. Soprattutto­, cercate di contratt­are.

Ma prima di chiudere ­qui l’articolo, vogli­amo dare una dritta a­nche ai possessori di­ postepay… anzi agli ­ex possessori di post­epay. Sporgete denunc­ia! ai Carabinieri o alla­ Polizia Postale, fat­e una stampa dell’est­ratto conto e bloccat­e la carta, inoltrand­o la richiesta di rim­borso a Poste Italian­e mediante raccomanda­ta A/R all’indirizzo ­“Poste italiane SPA –­ Condirettore general­e revisione interna b­anco posta reclami, v­iale Europa, 175 – 00­144 Roma”.
Nella lettera di diff­ida spiegate l’accadu­to formulando anche u­na richiesta di rimbo­rso ed allegando come­ documentazione la de­nuncia, una copia del­la lista dei moviment­i evidenziando que­llo disconosciuto, un­a copia del documento­ della Postepay con c­odice di blocco.

Ai sensi del D.lgs. 1­1/2011 (decreto che rece­pisce in Italia la di­rettiva 2007/64/CE su­i servizi di pagament­o nel mercato interno­), è la società emitt­ente ossia la Posta a dover dimostr­are la frode o che l’­ammanco è dovuto ad u­na colpa del cliente. Se la risposta insistente fosse l’inseri­mento del Pin, sappiate che non basta c­ome prova sufficiente­ della regolarità del­la transazione. Infat­ti ai sensi dell’art.­ 25 comma 6, se il prestatore­ di servizi di pagame­nto ­non è responsabile ­della mancata o inesa­tta esecuzione di un’­operazione, è t­enuto, comunque, a rimborsare al­ pagatore l’importo
dell’operazione non ­eseguita o eseguita i­n modo inesatto.

Tale aspetto sarà da ­tenere in conto per l­a formulazione della ­richiesta di risarcim­ento.

Se le Poste con­tinueranno a negare il p­agamento, si potrà in ogni caso agire presso ­l’Arbitro bancario e ­finanziario o al­ Giudice di Pace comp­etente per territorio­ o al Tribunale ma solo se l’­ammanco è superiore a­i 5.000 euro.

Blockchain, only you!

Molte persone ormai provano un certo gusto a parlare di blockchain. Li vediamo sparsi ovunque ‘ urlare ‘ “blockchain, blockchain”, “ blockchain si è sviluppata in parallelo con bitcoin “. Eh? Confusione o interesse…. Mettiamo da parte le considerazioni personali e cerchiamo di fare chiarezza per i veri lungimiranti.

La blockchain è la struttura su cui si basa il protocollo Bitcoin.

Parliamo di un libro mastro, un registro, un elenco di transazioni, distribuito su tutti i nodi, capace di evitare la “doppia spesa” senza l’intervento di terzi.

Doppia spesa, do you know? Impossibilità di spendere due volte gli stessi soldi ossia gli stessi bitcoin. Torniamo a noi e cerchiamo di capire cos’ è una blockchain.

Le possibili applicazioni della blockchain non finiscono con il mondo dei sistemi di pagamento.

La blockchain può essere utilizzata per innumerevoli applicazioni e cercheremo di spiegarvelo attraverso una delle più affascinanti rivoluzioni future tecnologiche: gli “Smart Contracts” decentralizzati.

Cosa sono? Semplicemente quei protocolli informatici che automatizzano la negoziazione e l’esecuzione di un contratto. Non dei contratti, dunque, ma dei protocolli che verificano e rendono eseguibile un contratto (un accordo volontario tra due o più parti, per rendervela più facile) dove le parti affidano la fase pre contrattuale e post contrattuale ad un algoritmo. Quindi, una parte del contratto viene immessa nella blockchain e  diventa irrevocabile, sottraendosi al controllo delle parti e di terze parti, pur restando in assolutamente trasparente. Quindi, con la blockchain possiamo registrare un contratto, non stipularlo. Possiamo registrare uno smart contract dove per farlo smart, si avrà un protocollo che potrá verificare e far corrispondere termini o condizioni presenti all’interno del contratto o derivanti dall’esterno, grazie all’Internet of things.

Blockchain non è quindi un database deburocratizzante. Non ci mettiamo le scartoffie e finisce lì. Per quello basta un database appunto. Soprattutto non è parallelo a bitcoin o qualcosa che possa esistere senza bitcoin.

Blockchain è come una torta al cioccolato, bitcoin è il cioccolato. Puoi aggiungerci il latte lattosio, quello di riso, quello di soia. Metterci tutto quello che vuoi. Ma senza cioccolato, non sarà una torta al cioccolato. Semplice. Sarebbe esistito Robin Hood senza frecce? No. Blockchain non è scindibile da bitcoin. Perché? Chain of blocks. Catene di blocchi che supportano bitcoin con le sue peculiari caratteristiche. Avete mai visto un voi diverso da voi stessi? No. Bene. Bitcoin non può essere “modificato” esattamente come voi. Potreste esistere in un mondo diverso dalla terra (per i più spiritosi vi ricordiamo che per viaggiare nell’universo dovete essere più coperti di un sub col burqa)? No. Bene. La blockchain o meglio la chain of blocks implementata da Satoshi non è stata creata se non per bitcoin e soprattutto non è stata creata per sottostare ad una qualsiasi infingarda specie di centralizzazione.

Be your future, choose bitcoin, stay bitcoin.